L’ex fantasista nerazzurro, amatissimo dai tifosi per il suo talento e la sua imprevedibilità, si è spento all’età di 69 anni. Numero 10 eclettico, Evaristo Beccalossi vinse uno scudetto e una Coppa Italia con l’Inter, firmando anche una doppietta in un derby. Da oltre un anno le sue condizioni erano gravi, dopo il malore accusato a gennaio 2025 e un lungo periodo di coma.
Negli occhi di tutti restano due lampi di luce in mezzo alla pioggia. Un sinistro secco, così bello che persino l’acqua sembrò fermarsi per guardarlo. E poi ancora un gol, nella partita che ogni bambino interista sogna. Evaristo Beccalossi sembrò nascere proprio lì, in quel derby feroce, chiuso sul due.
L’ultimo dribbling di Evaristo Beccalossi
Negli occhi restano due squarci di sole tra le pozzanghere. Un sinistro improvviso. E poi ancora un gol, nel derby che ogni bambino nerazzurro sogna. Evaristo Beccalossi era nato quel giorno, in una partita da lupi: due a zero, i milanisti a casa. Famelico, sì, ma senza mai ringhiare. Perché la classe, la vera classe, si mostra lieve, quasi in punta di piedi. Se n’è andato dopo una lunga malattia: avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio.
Genio, sregolatezza e poesia
Se n’è andato come uno dei suoi dribbling, lasciando i difensori e il pubblico sospesi, incerti su dove fosse finito il pallone. Correva poco, il Becca, e faticava il giusto. All’epoca si diceva “genio e sregolatezza”. Gli interisti lo amavano proprio per questo: per i gol impossibili e i rigori facili sbagliati con ostinazione. Mai una giocata banale, mai un passaggio di lato per sicurezza. Sapeva distinguere tra una finta e una verità, e spesso le mescolava fino a renderle indistinguibili.
L’Inter dei ragazzi e dei sogni impossibili
Era arrivato da Brescia, insieme a un ragazzo magrissimo che non poteva che chiamarsi Spillo, Alessandro Altobelli. Una scommessa vinta dall’Inter, capace di trovare diamanti dove altri vedevano solo pietra. Insieme, Beccalossi e Altobelli rialzarono il morale nerazzurro dopo la stella del Milan.
Quella era un’Inter fatta di italiani e di amici: Ivano Bordon, Giuseppe Bini, Nazzareno Canuti. Ragazzi cresciuti insieme tra Primavera, ritiri e cene che continuano ancora oggi, tra ricordi e risate. Beccalossi era la battuta pronta, il sorriso che serviva anche a uno come Eugenio Bersellini, il “sergente di ferro”. Oggi si direbbe che rompeva gli schemi. Allora bastava guardarlo per capirlo.
Talento puro, senza compromessi
Agli interisti bastava una sua giocata , un gol, un passaggio impossibile per tornare a casa felici, indipendentemente dal risultato. Quando non era giornata, lo sentiva da lontano, fin dall’ultimo anello di San Siro. Poi, all’improvviso, inventava un corridoio dove passava solo uno spillo. E se era per Altobelli, tanto meglio.
Vinse meno di quanto meritasse quell’Inter: uno scudetto e una Coppa Italia. L’ultimo tricolore dell’era Ivanoe Fraizzoli, deciso da un gol inatteso di Roberto Mozzini. Ma i trofei non bastano a spiegare cosa fosse Beccalossi. Non cercava la ribalta: era lui la luce, capace di illuminare San Siro senza bisogno di riflettori.
Un numero 10 unico, anche senza Nazionale
Un’assenza resta: mai una partita in Nazionale. Enzo Bearzot non lo chiamò. E forse è anche questo a renderlo unico. Troppo poco l’azzurro per uno che era già, completamente, nerazzurro.
A raccontarlo, tra gli altri, anche Paolo Rossi, capace di trasformare in leggenda perfino due rigori sbagliati nella stessa partita. Perché solo uno come Beccalossi poteva far diventare poesia anche l’errore.
Oltre il talento, oltre il tempo
Di numeri 10 come lui il calcio ne ha visti pochi. L’Inter forse qualcuno in più: come Lennart Skoglund e Luis Suárez. Beccalossi era qualcosa di diverso. Quando usciva dal tunnel, ti sentivi in pace con il mondo. Era il bambino dell’oratorio che voleva dribblare tutti, persino il prete, con il pallone sotto il braccio un tesoro che però sapeva condividere.
Ha aspettato il ventunesimo scudetto dell’Inter per salutarci. E forse non è un caso. Perché Evaristo Beccalossi era così: unico, imprevedibile, indimenticabile. Le parole dell’Inter di cordoglio sono state quelle di un grande amore “Ci hai insegnato che il calcio può essere arte. Il tuo talento e il tuo esempio resteranno, per sempre. Ciao Becca, leggenda nerazzurra.”