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Inter-Arsenal, oltre la partita: il peso del calendario e il paradosso nerazzurro

Nell’editoriale di Lapo De Carlo il nodo non è Chivu, ma un sistema che logora chi compete su più fronti

4 min di lettura

L’Inter arriva all’appuntamento europeo più delicato della stagione con una domanda che pesa più dell’avversario. Contro l’Arsenal, squadra dal potenziale superiore e dalla rosa più profonda, i nerazzurri si giocano non solo una partita di Champions League, ma anche la tenuta di un progetto che vive sospeso tra ambizione e logoramento. È il punto di partenza dell’editoriale firmato Lapo De Carlo, che invita a guardare oltre il risultato secco.

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Il confronto con il passato che divide l’ambiente

Nelle ore che precedono la sfida europea, torna a galla un refrain ricorrente tra i tifosi: “Chivu non deve ripetere gli errori di Inzaghi”. Un’affermazione che, presa alla lettera, dice tutto e niente. Cristian Chivu non è Simone Inzaghi, e il secondo non c’è più anche per scelte e tempi che hanno lasciato scorie evidenti. Ma De Carlo ribalta il luogo comune: se quegli “errori” hanno portato a un secondo posto a un punto dallo scudetto, una semifinale di Coppa Italia e una finale di Champions, allora la stagione è stata quasi perfetta. Il crollo finale, semmai, va letto come un insieme di fattori congiunturali e collettivi, non come un fallimento strutturale.

Un paradosso tutto nerazzurro

Qui nasce l’irrazionalità che l’editoriale mette a fuoco. Da un lato si teme che l’Inter non riesca a reggere il ritmo dell’anno scorso; dall’altro si dà quasi per scontato che alla prima vera panchina di Chivu il club debba fare meglio, come se arrivare di nuovo in fondo a tutto fosse un risultato “normale”. Il paradosso è evidente: oggi l’Inter è in testa alla classifica, ma deve convivere con la frustrazione di una corsa scudetto contro una rivale che, anche quest’anno, non ha altri impegni.

Se anche Milan o Napoli fossero impegnate in Champions, il discorso cambierebbe. Così no. E secondo De Carlo la responsabilità non è solo dei club, ma di un’architettura sportiva distorta, che scarica sulle squadre il peso della sovrapposizione di interessi tra federazioni, televisioni e calendari.

Calendario e regole disattese

La partita con l’Arsenal apre un ciclo squilibrato che passa quasi sotto silenzio. L’Inter è scesa in campo 66 ore dopo Lecce, nonostante la raccomandazione FIFA sulle 72 ore di riposo. E non è finita: dopo la sfida con l’Atalanta, venerdì arriverà il Pisa, anche per liberare San Siro in vista degli impegni organizzativi legati al Comitato Olimpico Internazionale.

In queste condizioni, competere alla pari con chi prepara le partite allenandosi tutta la settimana diventa un esercizio teorico. La nuova Champions, con più gare e più avversari da studiare, amplifica il problema invece di attenuarlo.

Mercato e nervosismo: il tema irrisolto

Sul fondo resta il mercato, fermo, e un malcontento che cresce. Manca un esterno capace di dare respiro a Luis Henrique, costretto agli straordinari, mentre Dumfries tornerà solo tra settimane e avrà bisogno di tempo. Sapere che l’olandese lascerà a fine stagione rende impraticabile un investimento tampone a gennaio: serve un profilo che guardi al futuro, non una soluzione di passaggio. Da qui il rimpianto per un’opzione breve e funzionale come Perisic.

La rosa offre più scelte rispetto al passato, ma secondo De Carlo uno sforzo economico della proprietà, per quanto improbabile, avrebbe senso. Non per inseguire miracoli, ma per evitare che l’Inter arrivi a primavera logorata da un sistema che chiede tanto e restituisce poco.

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