Che Lautaro Martínez sia il leader dell’Inter non è materia di dibattito. Lo è per continuità, per rendimento, ma soprattutto per linguaggio: quello dei gesti, dei tempi giusti, delle responsabilità assunte senza proclami. A San Siro, contro il Bologna, il capitano nerazzurro ha fatto qualcosa che va oltre il gol, oltre la fascia al braccio. Ha scelto di prendersi cura di Marcus Thuram, nel momento più delicato della sua stagione. Non un rimprovero, non una predica. Una mano tesa. Un abbraccio. Un segnale chiaro: qui si cresce insieme.
Una partita che racconta due momenti diversi
La gara di Thuram parte come le precedenti. Qualche esitazione, poca ferocia, quella sensazione di incompiuto che accompagna il francese da quando è rientrato dall’infortunio. Dall’altra parte, Lautaro è subito acceso. Tocchi puliti, giocate verticali, un tunnel che accende lo stadio, un tiro respinto da Ravaglia, un assist potenziale proprio per Thuram che non si trasforma in gol. È un altruismo quasi ostinato, quello del Toro. Cerca Thuram prima di cercare se stesso. Non è casuale.
Il gol che non è solo di Zielinski
La svolta arriva al 39’. Azione fluida, tacco di Thuram, rifinitura di Lautaro, sinistro di Zielinski che sblocca la partita. Tutti corrono ad abbracciare il polacco. Tutti, tranne uno. Thuram resta qualche passo indietro, lo sguardo basso, come se quel gol non gli appartenesse. È lì che Lautaro cambia la scena. Non corre verso l’esultanza. Si gira, lo indica, lo chiama. “È anche tuo”. Un gesto semplice, ma potentissimo. Da capitano vero.
Sacrificio, esempio, responsabilità
La partita di Lautaro è totale. Combatte, segna, trascina. Ma tiene sempre Thuram nel mirino, come se la sua vera missione fosse riportarlo dentro la partita. Anche il gol del capitano, a inizio ripresa, è una dichiarazione: movimento da centravanti puro, stacco, ferocia. Un’esultanza che è insieme sfogo e messaggio allo spogliatoio. E alla fine, quasi per destino, arriva anche il gol di Thuram. Sporco, fortuito, ma reale. Sul tabellino c’è il suo nome. E soprattutto c’è la sua corsa verso la bandierina, liberatoria, seguita da un abbraccio che dice tutto. Non solo compagni di reparto: guida e sostenitore, leader e riferimento.
Thuram, la strada è lunga ma tracciata
Marcus non è ancora tornato quello di inizio stagione. Servirà tempo, condizione, testa. Ma una cosa è chiara: non è solo. Accanto ha un capitano che non guida solo i giovani, ma sa sostenere anche chi è già affermato quando perde per un attimo l’orientamento. Con Lautaro in campo, l’Inter non ha solo un bomber. Ha un faro. E quando il capitano indica la strada, anche chi è in difficoltà può tornare a guardare avanti. Magari persino verso il cielo.
